Makers vs Coronavirus: idee open source e attivismo sociale


Il ruolo dei makers in questa fase di emergenza è fondamentale: produrre materiali utili per il personale sanitario. La testimonianza di Paolo Mirabelli.

di Simone Di Sabatino

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Innovazione Sociale

L’”esercito” dei makers italiani si è subito messo all’opera per dare il proprio contributo contro l’emergenza Coronavirus. Professionisti a sostegno della società che mettono le loro competenze al servizio di un bene più grande, quello della salute di tutti. È con questo spirito che centinaia di menti brillanti nel nostro Paese, muniti di idee scrupolosamente open source, spirito di condivisione e solidarietà, hanno fatto gruppo e si sono adoperate per realizzare dispositivi di protezione individuale (DPI).

Non è stato da meno Paolo Mirabelli, calabrese di Cosenza, che ha messo in piedi una piccola comunità digitale che sta lavorando alacremente per supportare in particolar modo gli ospedali. “Siamo partiti il 15 di marzo, abbiamo aperto un gruppo su Facebook (3D print Covid 19, ndr) dove abbiamo iniziato a condividere idee open source per la produzione di dispositivi di protezione individuale per il Coronavirus” ha spiegato Mirabelli. E così in poco tempo amici, conoscenti e makers da tutta Italia hanno risposto alla chiamata ed oggi il gruppo conta più di 500 membri. Nel gruppo si sono condivise numerose idee e ci si è subito attivati per rispondere all’emergenza, in particolare ideando e producendo grazie alle stampanti 3D maschere protettive e accessori utili per il personale sanitario. Il gruppo, oggi attivissimo, è diventato “un contenitore per diversi tipi di progetti, poi di questi ne abbiamo selezionati alcuni” ha affermato Mirabelli. “Abbiamo preferito orientarci su qualcosa che potesse protegger i medici” e così il gruppo di makers ha iniziato a produrre mascherine, valvole, camicie di rinforzamento per medici e infermieri, visiere con diversi tipi di sviluppi e numerosi prototipi come le maschere facciali complete di filtri. “Mi è da poco arrivata una richiesta che è stata subito accolta con interesse: degli intubation box, si tratta in sintesi di una sorta di box trasparente, realizzato in policarbonato, che viene messo sul lettino e dove al suo interno va il paziente. Si tratta di una protezione trasparente che serve quando è necessario intubare il paziente, in tal modo qualsiasi tipo di materiale organico non rischia di andare a contatto con il personale che sta effettuando l’operazione”.

Ma Mirabelli è impegnato in numerosi progetti, in collaborazione con makers da tutta Italia, compresi professionisti che lavorano al Politecnico di Milano ad esempio. Grazie a Facebook, Skype, Whatsapp e piattaforme di condivisione e messaggistica il gruppo riesce da una parte a scambiare idee e creare prototipi, dall’altro intercetta i bisogni del personale sanitario a lavoro nei vari ospedali durante l’emergenza sanitaria. “Lavoriamo tanto e se da una parte troviamo tante persone, ricercatori e università che si mettono a disposizione, dall’altra purtroppo devo dire che riscontriamo anche diversi problemi: non sempre riusciamo a trovare i materiali per produrre i prototipi e poi incontriamo ostacoli a livello istituzionale”. Ma il lavoro di Mirabelli e dei makers non si ferma: “Abbiamo fatto una raccolta delle necessità da parte dei sanitari, infermieri, medici, OSS, riuscendo a consegnare loro il materiale che produciamo, in questo modo stiamo bypassando Regioni e Protezione Civile, anche perché si tratta di strumenti di uso compassionevole, non sono stati certificati per uso medicale”.

Innovazione, condivisione e spirito di solidarietà, un mix perfetto che sta dando un enorme valore aggiunto alla nostra comunità, in un tempo di grande crisi. E il futuro? “Ci stiamo accorgendo che una strategia collaborativa è l’unico modo per realizzare prodotti e sviluppare idee. La prossima volta ci troveremo più pronti” ha concluso Mirabelli.


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