L'importanza dei dati per contenere l'emergenza, l'intervista a Francesco Paolicelli


Il professore e data scientist ha messo le sue competenze al servizio della comunità realizzando mappe e infografiche dettagliate sul Covid-19, citate anche dall'OMS. Ecco cosa ci ha raccontato.

di Simone Di Sabatino

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Innovazione digitale

Docente universitario, data scientist, software designer, Francesco Paolicelli, in arte Piersoft, in un momento molto delicato per il nostro Paese ha deciso di mettere le sue conoscenze a disposizione della comunità per “attivismo civico”, come lui stesso afferma. “C’è chi fa il volontario e porta le medicine agli anziani, io ho pensato che quello che posso fare è mettere al servizio del paese alcune delle mie competenze”. E così è nata una mappa e varie infografiche che monitorano la situazione Covid grazie ai numeri messi a disposizione dalla Protezione Civile. La mappa è diventata un punto di riferimento in Italia perché di facile consultazione, chiara e diretta, a tal punto che si contano più di 54 milioni di interazioni e circa 1,5 milioni di utenti unici. Numeri incredibili che hanno fatto risaltare l’impegno civico di Piersoft anche all’estero dove la mappa è utilizzata come case study ed è stata anche segnalata dal profilo Twitter Regions for Healt dell’OMS.

Professore, lei è balzato agli onori delle cronache per la sua mappa di casi Covid, la principale in Italia e ormai utilizzata anche all’estero per la sua efficacia e chiarezza. Ci può spiegare meglio di cosa si tratta e come funziona?
Una premessa: sono riuscito a fare questa cosa perché la Protezione Civile Italiana rilascia ogni giorno, in corrispondenza della conferenza stampa in streaming, dei dati in una licenza in formato aperto. Ciò vuol dire che io posso riutilizzarli con delle macchine per creare, appunto, mappe, infografiche, e sono autorizzato a farlo per qualsiasi scopo. Senza questo io non avrei avuto dati ufficiali e affidabili. Il processo è dunque perfettamente validato perché l’Istituto Superiore della Sanità (ISS) e il Ministero della Sanità raccolgono i dati proprio dalla Protezione Civile.
Io ho pensato che tutti questi numeri, oltre agli esperti di epidemiologia, dovevano essere raccolti al meglio. Per cui mi sono cimentato nel realizzare una sorta di cerniera tra il mondo dei numeri e il mondo “reale”. La mappa e le infografiche, che sono libere, gratuite e senza scopo di lucro, nascono con questo presupposto, prendere dei dati e trasformarli in maniera semplice.  Man mano che io ho realizzato la prima mappa, mi è poi arrivata richiesta di farlo per regioni, per province, per numero di posto in terapia intensiva e così via. Nel tempo ho dunque costruito un sistema, che si chiama timeline, che mostra l’evolversi della pandemia. Lo stesso sistema, ci auguriamo tra poco, mostrerà poi come regredisce.
In sintesi la mappa è una visualizzazione di tutti questi dati (totale casi infetti, numero attualmente infetti, numero deceduti, numero guariti, numeri posti letto in terapia intensiva, persone ricoverate, etc.) in forma geografica, che ho poi arricchito con altre infografiche, sempre con dati dinamici collegati alla Protezione Civile. Con questi dati si può facilmente vedere ad esempio se il tasso di mortalità sta aumentando, così come il tasso di letalità (che è una cosa diversa, ovvero il numero di deceduti fratto il numero totale casi).

Come e perché è nata l’idea? Per dare un servizio alla comunità?
Assolutamente sì, infatti alcuni amici che si occupano di marketing mi hanno detto che se avessi metto un banner sotto alla pagina avrei fatto un po’ di soldi ma non era questo il fine. Io non lo faccio per lavoro, io lo faccio per attivismo civico. C’è chi fa il volontario e porte le medicine agli anziani, io ho pensato che quello che posso fare è di mettere a disposizione alcune delle mie competenze a servizio del paese.

Quanto ha impiegato a metterla in pratica?
Un paio di giorni di intenso lavoro. Conta che però ci metto mano di continuo per aggiornarla con nuove funzioni.

Quanto è risultata effettivamente utile per analizzare i trend, i rischi di contagio, le conseguenze dei decreti ministeriali?
La questione è molto delicata. In Italia ci sono varie teorie che tendono a sminuire l’oggettività dei dati della Protezione Civile. Io non sono d’accordo, non tanto per l’affidabilità del dato, quando al fatto che se si è deciso di utilizzare un criterio omogeneo per tutta l’Italia quei dati sono gli unici ufficiali e standardizzati per il nostro Paese. Faccio un esempio pratico: noi stiamo registrando in Italia il totale decessi, che andrebbe diviso in “da o con” coronavirus, cioè morti per coronavirus o dove il virus è stato una concausa del decesso. Tutte queste casistiche, nel nostro Paese, rientrano nel numero dei decessi. Quando leggiamo il totale decessi quindi vuol dire che al suo interno ci sono anche persone morte non direttamente per il coronavirus ma che erano comunque risultate positive al virus. Nelle altre nazioni, ad esempio, questo non avviene, vi sono solo i morti accertati per colpa del coronavirus, per questo probabilmente gli altri Paesi, compresa la Cina, hanno numeri più contenuti.
L’utilità della mappa è arrivata grazie a feedback e ad alcuni indici: alcuni epidemiologi che mi hanno contattato per esempio mi hanno suggerito di evidenziare alcuni parametri che sono più oggettivi di altri proprio per avere un’analisi del fenomeno più oggettiva, come ad esempio il tasso di mortalità. Gli indici più importanti per capire cosa succede sono soprattutto la crescita rispetto al giorno precedente, l’andamento dei cosiddetti suspecting infected e quelli che sono deceduti o guariti.

Quando cambierà la situazione secondo lei?
Questa situazione si calmerà a luglio, usciremo dallo stato di emergenza tra agosto e settembre, che non vuol dire che dovremo stare ancora nello stato attuale di costrizione ma il governo dovrà comunque compiere delle azioni per limitare il contagio. Il picco epidemiologico l’avremo probabilmente in questa settimana, poi dovrebbe diminuire ma non significa che saremo liberi, anzi dovremo stare molto attenti per evitare di farlo ricrescere. La scommessa è lì: fare in modo che il totale delle persone che ogni giorno si ammalano diminuisca notevolmente, così da far tornare la situazione a livello endemico, cioè gestibile per la sanità italiana. Oggi invece ci sono ospedali saturi, che hanno aggiunto posti letto e in terapia intensiva, e la sanità è stata messa in ginocchio.

Visto il forzato periodo di fermo l’Italia dell’innovazione si è attivata: smart working, stampe 3D a supporto della sanità, didattica a distanza, ricette mediche in via telematica, tantissime idee e progetti arrivati nell’ambito dell’iniziativa ministeriale Innova per l’Italia. Insomma il comparto fa gruppo e si adopera. Quale può essere, oggi più che mai, il ruolo dell’innovazione digitale all’interno della società?
Si tratta di un discorso abbastanza complesso. Secondo me l’innovazione digitale non è nulla se non c’è innovazione sociale. c’è un problema culturale: la sfida è di riuscire ad unire, in un ottica di nuovo umanesimo digitale, le competenze umanistiche al fianco dell’uso degli strumenti digitali, e non il contrario. Ora, in emergenza, creiamo strumenti digitali in grado di risolvere bisogni sociali che nascono da un bisogno esplicito. Ma lo dobbiamo fare anche quando il bisogno non è esplicito, cioè in situazioni di normalità. Come? Bisogna fare formazione.

Ritiene che una iniziativa coordinata tra i vari attori coinvolti, soprattutto con le istituzioni, possa essere una strada perseguibile per il futuro?
Certo ma c’è bisogno di un sociologo, un filosofo, un pedagogista e altre figure del genere. Bisogna fare una sorta di Costituzione Digitale. Ci vuole orizzontalità di pensiero così da riuscire a capire i bisogni e gli strumenti da utilizzare. L’innovazione digitale deve essere inserita all’interno di un contesto del sistema Paese a 360 gradi. Se così fosse allora noi avremo successo perché in Italia siamo famosi per la nostra creatività.

Cosa pensa che succederà quando torneremo alla “normale” routine? Quali sono le esperienze che dovremo tenere bene a mente per migliorare il nostro modo di vivere, sia a livello personale che a livello professionale?
Sarà dura tornare alla normalità, il segno che lascerà all’Italia questa pandemia è importante. A livello personale avremo degli strascichi, paura di avvicinarci a qualcuno, di frequentare luoghi come prima. Staremo a distanza, useremo le mascherine. Ci vuole del tempo.
Dal punto di visto professionale credo che le istituzioni debbano fare un accordo con i grandi gestori dei dati come FB, Twitter, etc. ma anche coi gestori di telecomunicazioni in quanto lo Stato deve poter accedere ai dati, in forma anonima, aggregata. La privacy va in secondo piano quando vanno gestite le emergenze e quando si parla di salute. Abbiamo bisogno di controllare e prevenire, nel caso dovesse succedere un’altra cosa del genere. Proprio come ha fatto la Corea del Sud, che ora era preparata perché anni fa ha subito la SARS. Lì ora gestiscono gli spostamenti di tutti: i cittadini sono registrati e ognuno si sposta consapevolmente. In tal modo, se tu sei infetto, il sistema dati permette di leggere a ritroso i tuoi spostamenti e contenere i contagi, perché così si possono vedere tutte le persone che hai incontrato sulla tua strada attraverso l’analisi e l’incrocio dei dati.
Questo è il momento in cui lo Stato deve riprendere in mano la situazione: esattamente come controlla le strade con la Polizia che è sul campo, bisogna controllare le strade digitali e il mondo della rete. E bisogna fare in modo che questa cosa avvenga in maniera trasparente, tutti ci dobbiamo fidare.

 


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