Creare valore e innovazione: l’ingegno di un network di innovatori


Sostegno psicologico, campagne di sensibilizzazione, gruppi di lavoro ai tempi del Coronavirus, scambio di idee, energie e competenze. L’intervista a Federica Pasini.

di Simone Di Sabatino

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Innovazione Sociale

Per contrastare la pandemia da Coronavirus ognuno di noi sta cercando di fare del proprio meglio offrendo il proprio contributo. Mai come in questi casi l’impegno di tutti può creare una sinergia e portare a soluzioni rapide ed efficaci per contrastare la diffusione del virus e per dare una risposta a tutti i problemi che questa situazione emergenziale ha creato.
Abbiamo visto come la comunità di makers si è attivata per stampare prodotti e componenti indicati per creare dispositivi di protezione individuale, ventilatori e respiratori, oggi invece vogliamo portarvi la testimonianza di Federica Pasini, da sempre vicina al mondo dell’imprenditorialità, delle startup e dell’innovazione, membro del gruppo Junior Jedi nel quale professionisti di diversi settori si incontrano per confrontarsi su diversi temi.

Federica, ci spieghi come avete risposto all’emergenza Covid-19?

Siamo partiti dall’esigenza dei membri del network di innovatori “Junior Jedi” di condividere notizie e iniziative relative all’impatto che il coronavirus stava iniziando ad avere sul mondo che conoscevamo. Così il primo marzo ho creato un gruppo su WhatsApp, invitando gli interessati a confrontarsi su analisi, dati e decisioni, insistendo sull’indicazione della fonte per evitare di cadere in fake news ed allarmismi. Data la formazione di questo gruppo, fortemente caratterizzata da persone molto intraprendenti, siamo passati velocemente dalla semplice condivisione di contenuti alla collaborazione su idee concrete. Il primo gruppo di lavoro è nato infatti l’8 marzo per collaborare sulla pubblicazione di un video che mostrasse attività positive che si possono fare restando a casa, agganciandoci all’hashtag #iorestoacasa. La settimana successiva abbiamo creato un vademecum ad hoc su come “resistere a casa” grazie alla collaborazione con la psicologa Chiara Maggio che ha da subito intravisto la crisi psicologica che questo periodo di forte incertezza sta attivando. Per analizzare la situazione, abbiamo creato e distribuito un questionario che è stato compilato da più di 1100 persone in modo da capire meglio la situazione che vivono le persone che sono chiuse da settimane tra le quattro mura domestiche. In 6 settimane abbiamo attivato 6 tavoli di lavoro, mettendo a fattor comune conoscenze e competenze. Tanta energia, tanta entropia.

Altri progetti?

Stiamo partendo con un tavolo di lavoro sulla forza lavoro “Hacking Workforce", sappiamo che il mondo del lavoro cambierà profondamente, prevediamo una grande domanda di lavoro nel settore primario, nella logistica e nel mondo digitale. Stiamo ragionando su un possibile focus sul Made in Italy, per costruire una proposta di accelerazione per i business che sono tipicamente offline, ma che dovranno digitalizzarsi velocemente.

Inoltre ci stiamo adoperando per creare sinergia e migliorare la situazione nel mondo della delivery, caratterizzato al momento da ingombranti colli di bottiglia (basta vedere la difficoltà di prenotare una spesa a casa), oltre che da magazzini pieni e pance vuote. Su questo abbiamo riscontrato una grandissima collaborazione da parte del team di Too Good To Go e di ioportoacasa.it.

Collaboriamo e supportiamo iniziative di player come Impactscool, che quotidianamente raccoglie le “buone notizie”, oltre a creare webinar di “futuro” con speaker di altissimo livello. Tra le nostre collaborazioni compare anche quella con Italia Startup che ha raccolto più di 120 iniziative di startup che si sono attivate contro la crisi.

Risultati tangibili finora? Obiettivi da raggiungere?

Per citarne qualcuno, abbiamo fatto una campagna video di sensibilizzazione che si chiama #iorestoacasa, è stato il primo delivery molto carino con il claim “Diffondi il senso civico, non il virus”. Abbiamo realizzato un secondo video che aiuti tutti a capire come leggere i dati che ci vengono comunicati quotidianamente, grazie al team di lavoro che ha creato covidtrends.com.
Abbiamo creato scambio tra fornitori e importatori di materiale sanitario, oltre che supportato alcune aziende che hanno riconvertito la loro produzione nel trovare i canali più veloci per ricevere informazioni.
Abbiamo contribuito alla creazione di #operazionetablet, iniziativa che raccoglie tablet Android e iPad da regalare agli ospedali, al fine di supportare il personale sanitario a disintermediarsi rispetto alla comunicazione dei pazienti con le loro famiglie. Questa bellissima iniziativa è gestita dall’associazione onlus I Folletti, noi li abbiamo supportati nella creazione dei manuali di formattazione dei dispositivi e nella comunicazione. L’obiettivo principale resta lo scambio di idee, energie e competenze, questi sono i tre elementi necessari per generare valore.

La vostra attività è partita per attivismo civico?

Dalla campagna “Diffondi il senso civico, non il virus” si potrebbe pensare di si. In realtà non mi piace etichettare la nostra attività come attivismo civico. Siamo un gruppo di liberi cittadini, molto appassionati e uniti dalla volontà di creare valore e innovazione per la società, per il mondo del lavoro, per l’economia, per le persone. Nello specifico, Hacking Covid - 19 è partita dal gruppo Junior Jedi, gruppo fondato nel 2012 è caratterizzato dalla partecipazione di attori dell’ecosistema innovazione che si incontrano ogni 2/3 mesi per confrontarsi su temi come: mobilità, home automation, comunicazione, data monetization, etc. Temi che ogni volta vengono affrontati con un taglio non convenzionale da professionisti del settore. L’evento ha un format molto informale, questo è stato chiave nel creare una discussione molto aperta e propositiva che ha contrassegnato poi Hacking Covid. Da questi scambi sono poi nate altre “costole” e gruppi. Siamo persone scientific-based, sensibili a certe tematiche e con una istruzione legata al mondo scientifico, ma con grande diversità interna in termini di background, cultura, genere, seniority ed età.

Secondo te oggi quale può essere il ruolo dell’innovazione digitale all’interno della società?

Noi siamo nati su WhatsApp, una chat veloce, un’app che abbiamo tutti. Un canale sicuramente molto innovativo grazie alla possibilità di condividere link e documenti e molto veloce. Il che rappresenta però anche un rischio nel momento in cui venga usato impropriamente. Ci è capitato di vedere condivise fake news, allarmismi, petizioni, come se fossimo la chat del quartiere. La competenza digitale sta nell’imparare ad utilizzare gli strumenti, competenza fondamentale per la società. Ma credo che questo periodo di lockdown obbligatorio ci abbia spinti ad accelerare questo processo di adozione degli strumenti digitali e delle competenze ad essi correlate.
L’innovazione in questo momento può nascere proprio da come usiamo tecnologie e strumenti che abbiamo a disposizione da mesi se non anni, dalla scoperta di quanto una video chiamata ci possa fare sentire vicini, di come un’app per disegnare o colorare sia molto rilassante, di quanto sia poi non così difficile mettere in fila i conti su una tabella excel.

Ognuno di noi può e deve dare qualcosa, il nostro network è nato proprio per questo. Facciamo in modo di “contagiare” le persone, nel senso di dare loro un obiettivo e una prova che là fuori ci sono molte persone positive ed in gamba con cui collaborare.

Potrebbe essere questa l’occasione quindi per adottare un metodo cooperativo sostenibile per il futuro?

Come ci ha insegnato Alice Casiraghi nel suo workshop su circular economy, che pubblicheremo presto, questo è un ottimo momento per razionalizzare le risorse, sprecare meno in termini di cibo, consumi, ma anche energie e sinergie. Molti modelli di business hanno toccato i loro limiti più profondi e inaspettati, per cui ognuno deve sforzarsi ad andare oltre, a fare un passo che guardi “al di là del proprio orticello”.
Penso che le istituzioni dovrebbero accelerare questo tipo di collaborazione, ciò che stiamo facendo noi, il nostro network, lo potrebbe organizzare un team del Ministero dell’Innovazione per esempio. Il tavolo di lavoro che abbiamo fatto sul food delivery sarebbe probabilmente dovuta essere una iniziativa del Ministero dello Sviluppo Economico.

Ritieni che potremo tornare, prima o poi, alla nostra “normale” attività?

L'impatto a livello economico-finanziario e psicologico, oltre che politico, è sotto gli occhi di tutti, e la situazione non rientrerà in breve tempo. Fino a che non avremo un vaccino e non saremo sicuri di poter mantenere il virus sotto controllo, più restiamo distanti meglio è. Questo virus è invisibile e ha creato in noi un filtro, sia mentale che sociale. E in molti pensano, o comunque hanno pensato, che "se io sto bene e non ho il virus, posso uscire". Questo tipo di negazione psicologica (meccanismo di difesa molto basic mirato ad abbattere l'angoscia relativa alla situazione attuale) ci ha portato ad avere gli ospedali strapieni. Il problema nasce perché le persone che dovevano svolgere normali controlli di routine o terapie per patologie croniche si sono viste in grande difficoltà poiché il personale sanitario si trovava in stato di emergenza. Il Coronavirus sta impattando enormemente su tutti, non solo coloro che sono in prima linea, a stretto contatto con il virus.

Il mondo ha insegnato a noi giovani che è possibile fare qualsiasi cosa, siamo cresciuti senza limitazioni, quindi, ora, la sfida più grande è riuscire a fare un passo indietro, capire che siamo fatti di biologia. Poi si potrà ripartire.

Non mi chiedo quando torneremo alla realtà, a come eravamo prima, credo che non ci torneremo mai. Oltretutto ritengo che il termine "normalità" meriti una riflessione: quella che abbiamo considerato “normalità” fino all’inizio dell’emergenza, per alcuni aspetti aveva ben poco di normale, era decisamente poco sostenibile su più fronti, ambientale, psicologico, economico.
Dobbiamo fare in modo che tutto ciò che sta succedendo diventi uno “sblocco” per le attività digitali, per mandare il made in Italy online. È l'occasione di cambiare tutto, ma questo probabilmente lo scopriremo in 2-3 anni. Io sono ottimista, noi italiani nelle fasi emergenziali siamo molto bravi, creativi, determinati, quindi questa che ci si pone davanti è una opportunità, c'è da capire se saremo in grado di coglierla.


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