Le fake news nella storia – La strage di Ustica


Depistaggi, un finto colpevole, ipotesi infondate, dopo 40 anni la strage di Ustica rimane ancora una delle pagine di cronaca nera più ingarbugliate della storia repubblicana.

di Simone Di Sabatino

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Fake News

40 anni fa, il 27 giugno 1980 avveniva una delle pagine più dolorose della recente storia italiana. Il DC-9 Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo, precipitò al largo di Ustica mettendo fino a 81 inconsapevoli vite. Tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio morirono in quella che è stata denominata “la strage di Ustica”.
Ma le pagine più nere di questa storia dovevano ancora essere scritte perché da quel triste episodio di cronaca iniziò un lungo susseguirsi di indagini, dibattiti, depistaggi, fake news e lunghi processi che ancora oggi sembrano coperti da un alone oscuro e misterioso.
Cosa è accaduto all’aereo dell’Itavia? Una bomba a bordo? Un missile? Cedimento strutturale? Un attentato terroristico internazionale? In 40 anni sono tante, anzi tantissime le notizie – per lo più false e tendenziose - legate alla strage di Ustica che si annodano ineluttabilmente alla storia della nostra Repubblica.
Tra accuse, manipolazioni, depistaggi, piste nere, misteri e segreti militari, documenti secretati, omertà e le analogie con la strage di Bologna, avvenuta appena 36 giorni dopo, cerchiamo di fare luce su tutte le fake news che circolarono su Ustica insieme a Domenico Guzzo, ricercatore universitario e storico dell’età contemporanea, all’interno della nuova rubrica del WMF “Le fake news nella storia”.

Domenico, a 40 anni di distanza dalla strage di Ustica, non c’è ancora un colpevole. Una ferita ancora aperta e che difficilmente potrà mai rimarginarsi. 40 anni di bugie, di coperture politiche, segreti evidentemente inconfessabili, caccia all’interpretazione più eclatante. Tante sono le fake news, i depistaggi che sin da subito si verificarono dopo lo schianto dell’aereo.
Partiamo dall’inizio: la dinamica dell’incidente, quali sono i punti oscuri e le varie teorie infondate che iniziarono a circolare?

I punti rimasti oscuri si legano alla particolarità di quella vicenda, un inabissamento improvviso di un aereo civile che non risponde alla normale casistica che di solito tende a provocare i più gravi disastri aerei. È una vicenda del tutto particolare che sin dall’inizio si è vista inquinata e compromessa da tutta una serie di depistaggi, di veli, di reticenze, di omissioni, dall’apposizione anche di segreti di Stato e che quindi hanno impedito di comprendere fino in fondo che cosa fosse accaduto.
I punti oscuri sono principalmente quelli legati al fatto che l’aereo fosse o meno da solo sopra i cieli di Ustica. Comprendere questo discredita o al contrario accredita le 3 ipotesi principali che cercano di spiegare quello che è accaduto: quella del cedimento strutturale, l’ipotesi di una bomba a bordo piazzata per fini terroristici o esplosa casualmente in fase di trasporto, o quella dell’abbattimento dovuto principalmente a un missile nel quadro di una battaglia aerea occulta.
Nel corso del tempo, nessun iter processuale è riuscito a individuare colpevoli e dare nomi ai responsabili, soprattutto a causa dell’alto numero di depistaggi. Alla fine, dopo un lungo e travagliato iter giudiziario e grazie al punto di vista della ricostruzione storico-scientifica, si è arrivati ad appurare verosimilmente che in quella giornata il DC-9 Itavia non era da solo sui cieli di Ustica.

Questa è infatti la base della sentenza che, dopo 20 anni e grazie al giudice Rosario Priore, stabilì che l’aereo fu abbattuto per errore da un missile probabilmente appartenente a un caccia della Nato, che in realtà avrebbe dovuto colpire un Mig-23 dell’aviazione libica.
Esattamente, l’aereo si è trovato al centro di una battaglia aerea di carattere militare che vedeva impegnati da una parte i velivoli della Nato e dall’altra velivoli militari libici che stavano verosimilmente trasportando il dittatore libico dell’epoca, M. Gheddafi. La battaglia era volta ad abbattere l’aereo dove si presumeva volasse il dittatore e i velivoli militari libici avrebbero sfruttato la scia, l’ombra del DC-9, per farsi scudo e complicare le azioni dei radar. L’aereo civile si è così trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato finendo colpito da un missile in realtà direzionato contro un caccia militare.
Questa è la base storiografica più solida che abbiamo e che ha un forte riscontro anche nelle risultanze processuali che, malgrado annullamenti e revisioni fin negli ultimi processi, hanno quasi sempre ribadito come fosse ormai indiscutibile la presenza di altri velivoli quella notte sui cieli di Ustica e come fosse strettamente probabile l’eventualità che questa presenza fosse stata l’origine dell’abbattimento del DC-9.
Tutto questo ci permette di dire che le altre 2 tesi, il cedimento strutturale e la bomba a bordo, non trovano adeguato sostegno e quindi possono essere eliminate dal tavolo delle probabilità.

Tali teorie però si sono diffuse in passato, ma anche fino ad oggi, con molto vigore. E anzi la recente editoria ha visto crescere i sostenitori della teoria della bomba a bordo.
Recentemente molte pubblicazioni sono tornate ad insistere su queste tesi, in particolare su quella della bomba a bordo, che è poi la tesi difensiva principale dell’Aeronautica Militare Italiana e dei principali corpi di Stato portati a giudizio. L’Aeronautica ad esempio è stata portata a processo e ha subito alcune condanne per il proprio comportamento “omertoso” e negligente per quanto accaduto nella strage di Ustica. È evidente che l’ipotesi della bomba a bordo elimina automaticamente la possibilità e l’evenienza scabrosa, clamorosa, assolutamente indicibile di una battaglia militare occulta che si gioca sui cieli italiani in tempo di pace e che porta all’abbattimento di un aereo civile e alla morte di 81 persone. La tesi, sfruttando l’impossibilità per il potere giudiziario di sentenziare fin nei dettagli gli avvenimenti, continua così a sopravvivere, malgrado dal punto di vista storico e scientifico venga sostanzialmente smentita.

Dunque la prima sentenza getta luce su una guerra occulta nell’ambito di una situazione internazionale molto particolare. Il 1980 è un anno dove la parola terrorismo faceva spesso capolino sui giornali e la Libia iniziava a giocare un ruolo estremamente spinoso nel mondo bipolare.
La strage avviene a metà del 1980, anno marchiato, segnato profondamente dal terrorismo. Poco più di un mese dopo, come buona parte degli italiani ricordano, avvenne l’attentato dinamitardo alla stazione di Bologna che con i suoi 85 morti e 200 feriti sarà il più grave della storia repubblicana (attentato accompagnato, a stretto giro di posta, da altre due stragi contro luoghi di grande affollamento pubblico – una sinagoga di Parigi e l’Oktoberfest di Monaco di Baviera – che provocheranno altre 16 vittime). In questo senso diventa molto difficile non associare la vicenda di Ustica al “clima” di quell’anno e mettersi, oggettivamente e criticamente, a ricostruire le ragioni che portarono all’inabissamento del DC-9 della compagnia Itavia.


Oggi dobbiamo fare una sforzo nel ricalarci nel clima di 40 anni fa, un clima di un mondo diviso in due, un mondo che conosceva il terrorismo, spesso utilizzato come modalità secondaria per combattere lo scontro bipolare. Se i due campi, l’Est e l’Ovest, non potevano sfidarsi in uno scontro diretto sul campo (per via del rischio di un olocausto nucleare globale), ci si faceva una guerra su campi più piccoli, in maniera più indiretta. La Libia del 1980 del dittatore Gheddafi è un attore molto particolare che sta mettendo in piedi un’attività terroristica contro alcuni Paesi occidentali, in particolar modo la Francia, gli Stati Uniti e l’Inghilterra (attività che continuerà almeno per tutti gli anni ‘80: il solo abbattimento del volo Pan Am 103, sui cieli scozzesi di Lockerbie, provocò nel 1988 la morte di 270 persone). Gheddafi in quel momento è un vero e proprio nemico dell’Occidente ed è più che plausibile che la Nato stesse tentando di porre fine alla sua dittatura tramite un’operazione militare segreta.


Ci sono molte analogie tra la strage di Ustica e quella di Bologna che accadde  il 2 agosto 1980, 36 giorni dopo. C’è addirittura un falso colpevole, quindi un’altra fake news, che ha accomunato le due stragi. Chi è e cosa c’entra Marco Affatigato con le due stragi?
Questa è probabilmente la fake news più eclatante e anche quella più inquietante. Nel giro di poco tempo Bologna viene toccata da due stragi gravissime: il DC-9 dell’Itavia partì infatti da Bologna, direzione Palermo, il 27 giugno 1980, e l’esplosione nella sala d’aspetto della seconda classe della stazione di Bologna il 2 agosto successivo. In entrambi i casi, nelle ore successive ai due fatti, alcune telefonate, poi rivelatesi false e posticce, arrivarono a forze dell’ordine e mezzi d’informazione da parte dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), un gruppo terroristico di estrema destra operativo soprattutto a Roma. Le false telefonate fatte a nome dei Nar in qualche modo indicavano in Marco Affatigato, estremista “nero”, la presunta paternità di entrambe le stragi. Affatigato, dopo aver militato anni prima in alcuni gruppi e costole di Ordine Nuovo (fino al 1973, la principale formazione della destra neofascista italiana) in Toscana, divenne un informatore dei servizi segreti a seguito di un arresto precoce.


Nel depistaggio sulla strage di Ustica lo si annoverava tra le 81 vittime dell’inabissamento, vittima perché stava trasportando una bomba su quell’aereo che sarebbe poi inavvertitamente esplosa. E sempre Affatigato verrà inoltre accusato, con tanto di finto identikit, della strage di Bologna del 2 agosto: anche in questo caso la telefonata arriva a nome dei Nar e anche in questo caso si dirà all’inizio che era fra le vittime della strage. Insomma un chiaro intento di accollare sulla sua persona, ormai defunta, la responsabilità di questi orribili fatti. In entrambi casi Affatigato sarà totalmente prosciolto da ogni sospetto perché, con alibi di ferro e trovandosi in maniera chiara e inoppugnabile in tutt’altro luogo, si dimostrerà che non avrà nulla a che fare né con le vicende in sé né con i Nar.
Questa è una chiara fake news, quella più grave, perché mostra anche come, a poche ore di distanza da fatti così terribili, fosse già in moto una macchina del fango che aveva già individuato tutta una serie di passaggi da svolgere per poter inquinare il lavoro, eventualmente indirizzandolo su un binario morto, degli investigatori e la comprensione della cittadinanza tutta.

Una fake news che aveva dunque il ruolo di depistare gli inquirenti ma soprattutto di confondere la popolazione e generare ulteriore panico?
Evidentemente delle false rivendicazioni sono in grado di amplificare una meccanica di destabilizzazione del quadro sociale e politico ben al di là del fatto terroristico e stragistico. La cosa anche più inquietante è che mentre ad Ustica si trattava di fake news pura, quindi un chiaro tentativo di sviare completamente l’attenzione degli investigatori portandoli su una pista palesemente falsa, nel caso invece della strage di Bologna la cosa sarà molto più complessa perché gli ultimi processi hanno portato effettivamente alla condanna di alcuni esponenti dei Nar quali responsabili materiali della strage di Bologna, pur mantenendo fuori dal quadro la vicenda di Marco Affatigato. Il fatto che dopo moltissimi anni la giustizia sia arrivata a condannare esponenti leader dei Nar è molto inquietante perché segnala un collegamento occulto profondo tra coloro che effettuarono la falsa rivendicazione nelle ore successive allo scoppio della bomba e i quadri effettivi che hanno messo in piedi la strage.

Parliamo ora del Mig-23 dell’aviazione libica: la carcassa del suddetto aereo fu ritrovata il 18 luglio 1980 sulla Sila, in Calabria, ma non è chiaro quando fu abbattuto. Militari italiani affermarono che il Mig-23 cadde in realtà proprio a fine giugno, rendendo compatibile la teoria della sentenza di Priore. Quanto è attendibile questa teoria?
Qui siamo nello spazio che si crea inevitabilmente tra verità giudiziaria e verità storica. Dal punto di vista giudiziario, malgrado gli indizi erano forti, invitanti e segnavano una strada decisa, quella di collegare il ritrovamento del Mig libico sulla Sila, una distanza in linea d’aria compatibile con l’ipotesi di una battaglia aerea sui cieli settentrionali dello spazio marittimo siciliano, quindi con ferimento e danneggiamento di uno dei caccia libici che poi con l’ausilio del pilota automatico ha seguito una linea retta fino in Sila, malgrado questi indizi promettenti dunque è sempre mancata la prova decisiva che permettesse di stabilire in maniera inoppugnabile l’appartenenza di quel Mig libico all’ipotesi di una battaglia aerea sui cieli di Ustica. Non è si è mai riusciti ad avere la prova principale perché le indagini scientifiche che furono fatte sul cadavere del pilota del Mig abbattuto furono fin dall’inizio inquinate. Si operò in maniera molto negligente, colposa o dolosa non si è riusciti a capirlo, ma insomma si persero i dati fondamentali e il tempo giusto per stabilire ad esempio la data esatta della morte e analizzare tutta una serie di reperti dell’aereo. Se da punto di vista giudiziario questa è una pista importante ma che non riesce ad avere valore decisivo, da punto di vista scientifico e storiografico il ritrovamento del Mig-23 è assolutamente decisivo per stabilire la verosimiglianza dell’ipotesi della battaglia e della connessione tra questo e l’abbattimento del DC-9.

Nel 2000 un nuovo processo sui presunti depistaggi. Dopo 4 anni e 272 udienze i generali Franco Ferri e Lamberto Bartolucci furono condannati a 15 anni di reclusione per “alto tradimento” ma il reato nel frattempo era andato in prescrizione. Un processo che voleva fare chiarezza ma che invece ha creato ancora più confusione, soprattutto perché appena un anno dopo la sentenza, il 3 novembre 2005, la Corte d’Appello ribaltò la sentenza e assolse i militari per mancanza di prove, sentenza poi ribadita dalla Cassazione nel 2007. Anche qui c’è lo zampino delle fake news?
Bisogna dire, per completare, che tra il settembre 2011 e fine 2013 c’è stata una nuova serie di processi in sede civile che ha finito per condannare i Ministeri della Difesa e dei Trasporti italiani a risarcire i familiari delle vittime e nel cui dispositivo di condanna si può leggere che i giudici affermano come ormai sia addirittura inutile tornare sulla causa dell’abbattimento, perché la tesi del missile sparato da aereo ignoto, la cui presenza sulla rotta del velivolo dell’Itavia non era stata impedita dai suddetti ministeri, risulta ormai consacrata. Questo ci fa capire come l’impatto delle fake news e di tutti gli ostacoli che vanno a creare confusione rispetto all’accertamento della verità, hanno avuto un impatto enorme su questa vicenda.
Per rispondere alla domanda, quel ribaltamento della Corte d’Appello e poi della Cassazione sulla condanna degli alti militari è per l’appunto la filiazione diretta di quanto era stato costruito negli anni a livello di fake news, depistaggi, reticenze, omissioni e apposizioni di segreti militari. Ricordo in particolare che quel processo si basava sulla tesi non tanto di una complicità dell’Aeronautica Militare Italiana rispetto a quella battaglia aerea, ma su una sorta di negligente accondiscendenza, cioè aver lasciato fare senza essere intervenuti e senza avere informato l’autorità giudiziaria. In questo senso con quell’enorme massa di fake news era assolutamente impossibile trovare delle prove certe che dimostrassero l’azione “fattuale” e “personale” di quei vertici militari in quei momenti.
Il tempo ci ha permesso di ricostruire un quadro verosimile e consolidato di cosa sia successo, ci ha però del tutto compromesso la possibilità di dare un volto ai responsabili, ai co-responsabili, ai complici e a coloro che in qualche modo sapevano e potevano far qualcosa e non l’hanno fatto. C’è stata inoltre un’apposizione plurima di segreti di stato, di veti di accesso alle informazioni che sono stati frapposti rispetto alle richieste dei giudici, questo perché alcune loro richieste andavano a toccare degli interessi di sicurezza internazionale legati alle attività della Nato nel Mediterraneo e questo tipo di attività, soprattutto durante la Guerra Fredda, erano coperte, e lo sono tutt’ora, da un segreto difficilissimo da togliere perché servirebbe il consenso di tutti i Paesi appartenenti alla Nato.

In sintesi se tra elementi storici e giudiziali si è arrivati al “contesto”, il “testo”, quindi gli uomini responsabili, sono stati abilmente e ormai irrimediabilmente coperti da un velo che è oggettivamente impossibile da togliere.

Mancanze procedurali, numerose incongruenze, incompetenze, un insabbiamento di diversi dettagli che hanno portato anche alle teorie più fantasiose. È plausibile che dietro tutto questo operasse una macchina attenta anche ai più insignificanti particolari, qualcuno che muoveva i fili?
Diciamo che è una possibilità che rispetto a vicende italiane degli anni ‘60, ‘70 e ‘80 è spesso venuta fuori, è quella sensazione che alcuni hanno definito come “Il grande Vecchio”, “Il Burattinaio”, insomma una sorta di eminenza grigia, fosse essa uno Stato, un governo, una singola persona, in grado di muovere i fili e di rimanere attento anche ai più piccoli dettagli. In realtà gli studi storici ci hanno dimostrato che nelle vicende italiane di terrorismo e comunque legate agli anni della guerra fredda,  siamo probabilmente di fronte a una stratificazione non pre-determinata di interessi. C’è un interesse di fondo che in qualche modo tende a essere superiore a qualsiasi esigenza di ricerca della verità, superiore a qualsiasi tipo di empatia verso il dolore dei familiari delle vittime, ed è quello per l’appunto legato alla Guerra Fredda. Come detto in precedenza nel 1980 Gheddafi era un nemico dell’Occidente da eliminare e quindi laddove si finisse per abbattere un aereo civile con 81 persone a bordo nel quadro di un’operazione segreta volta ad eliminare uno dei più grandi nemici in quel momento storico, ebbene l’interesse superiore finirebbe inevitabilmente, come probabilmente ha finito, per surclassare e schiacciare ogni nostro interesse nazionale, ogni nostra esigenza di ricerca della verità rispetto a quelle 81 vittime. E a partire da questa esigenza superiore, dove interesse internazionale e geopolitico prevale su tutto, discende tutta una catena di micro responsabilità dove alla bene e meglio ognuno tenta di aderire. Vi aderisce il radarista che in quel momento sta guardando i tracciati dell’aereo del DC-9, vi aderisce un suo collega che fa sparire i tracciati, vi aderisce il suo superiore che decide di insabbiare tutto. A questo si sommano piccole negligenze, più o meno consapevoli, e si va a comporre un quadro stratificato dove ognuno dà suo piccolo contributo – volontariamente o meccanicamente - e finisce per costruire una tela, o meglio, un “muro di gomma” come l’ha definito un famoso film di Marco Risi, che quindi impedisce a chiunque voglia accedere alla verità dei fatti di arrivare fino in fondo.
Evidentemente tutti coloro che hanno partecipato da spettatori e effettivi protagonisti alla vicenda hanno qualcosa da nascondere o comunque non hanno interesse perché una verità così scabrosa venga fuori. Aver permesso che una battaglia segreta fra caccia militari abbia distrutto non solo 81 vite, ma anche una compagnia aerea, è una verità da nascondere. Ricordiamo, infatti, che anche l’Itavia è parte lesa perché la compagnia è stata portata al fallimento dalle teorie e dalle false accuse dell’epoca: nei primi anni dopo la strage di Ustica fu molto forte la spinta (anche per sviare le indagini) a credere che ci fosse stato un cedimento strutturale e quindi carenze di manutenzione riconducibili all’Itavia. Solo negli ultimi anni un processo ha stabilito che lo Stato italiano debba risarcire gli eredi del proprietario della compagnia (nel frattempo morto) perché il fallimento fu totalmente arbitrario, ingiusto e ingiustificato.

 


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